PER DOCENTI, ALUNNI E LE LORO FAMIGLIE ALL’INTERNO DELLE SCUOLE:

– Attività di mediazione linguistico-culturale;

– Servizio di sportello psicologico;

– Attività di sensibilizzazione sui temi dell’intercultura, inclusione, diversità.

PER GLI UTENTI DELLO SPORTELLO:

– servizio di orientamento/accompagnamento ai servizi scolastici (iscrizione, supporto linguistico nel rapporto famiglia/scuola,ecc.);

– sportello di supporto digitale scolastico;

– doposcuola rivolto a bambini dagli 8 ai 14 anni;

– Tutoraggio individuale allo studio per ragazzi dai 13 ai 17 anni;

– Potenziamento linguistico per bambini di origine straniera recentemente iscritti nella scuola italiana;

– corsi di lingua italiana per adulti, in particolare donne straniere

PER STUDENTI UNIVERSITARI:

Grazie alle Convenzioni con l’Università degli Studi di Perugia e con l’Università di Siena, è possibile attivare tirocini di formazione e orientamento curriculari per studenti universitari.

Valentina Francini racconta la genesi dei servizi educativi di ACB e la nascita del “metodo ACB”

Negli anni la nostra Associazione è stata gradualmente coinvolta, insieme agli istituti scolastici del territorio, in un percorso di ricerca del miglior approccio per poter aprire un dialogo e un confronto con le famiglie di migranti, per non limitarsi ad agire solo in loro favore, considerandoli meri “oggetti” di interventi di inclusione, ma per “costruire” insieme le basi di una società più complessa, dinamica e ricca. Il fine ultimo cui il nostro lavoro tende, è quello di favorire una “contaminazione” dei servizi scolastici con quello che è il lavoro e il contributo di un’associazione nata dal territorio e sul territorio quale è ACB Social Inclusion.

Il primo elemento che costituisce la nostra storia e che ha, con il tempo, definito un peculiare “metodo ACB” nell’approcciarsi ai casi che si presentano al nostro sportello di ascolto, ai colloqui a scuola e presso il Servizio sociale, è la priorità data all’ascolto, che, sospendendo il giudizio, ricerca le ragioni che spingono l’agire dell’altro diverso da sé, prima ancora di investigare una possibile soluzione al problema posto. Questa operazione, tanto ragionevole quanto di difficile attuazione, richiede un preliminare lavoro di condivisione di conoscenze tra figure coinvolte, quali, ad esempio, parlando del nostro team, lo psicologo, l’avvocato, l’operatore sociale, l’educatore, il volontario e il mediatore linguistico-culturale. Senza una visione culturalmente orientata, il lavoro svolto in un ambito pluriculturale, che sia dell’operatore di ACB, dell’insegnante o dell’educatore a scuola, risulta inefficace, poiché non riesce a coinvolgere il beneficiario nel percorso di proficuo scambio che permette di definire strategie e soluzioni calate non sul problema, ma sulle persone che manifestano quel problema, sia che si tratti di famiglie e alunni non autoctoni che del personale scolastico.

La genesi e l’evoluzione dell’associazione è fondamentale anche per comprendere la genesi e l’evoluzione delle sue attività educative e formative. Nel gennaio 2015, quando le classi multietniche nel territorio aretino erano ancora l’eccezione, il presidente di ACB, Tito Anisuzzaman, fu contattato, dall’allora dirigente dell’Istituto Comprensivo IV novembreprof.ssa Rossella Puzzuoli, per favorire l’inclusione culturale e sociale di una prima classe della scuola primaria Masaccio, una classe che era per metà formata da bambine e bambini di origine non italiana: alcuni erano arrivati in Italia da pochi mesi, altri, invece, erano nati in Italia da genitori di origine straniera, in particolare provenienti da Bangladesh e Pakistan; ciò che animava il progetto della dirigente e che fu presto sposato da ACB era l’idea che tutti i bambini di quella classe, come di tutte le altre, avessero un storia da raccontare agli altri, unica e irripetibile, una storia da valorizzare al pari di quella dei compagni italiani. Questo fu sicuramente il primo punto di contatto tra l’Istituto e l’associazione: la stessa visione delle persone e la volontà di lavorare per l’inclusione di tutti i bambini. Tuttavia, dobbiamo ammettere che, almeno all’inizio, l’aspetto fenomenologico di ciò che stavamo facendo non fu subito chiaro; quello che ci spinse a imbarcarci in questa avventura, fu uno spirito leggero e giocoso, uno spirito “del fare” più che “del sapere”, che ci portò a iniziare un ciclo di incontri in quella classe, incontri basati sull’educazione alla multiculturalità attraverso la conoscenza degli aspetti delle culture presenti in classe, la promozione dell’interesse e della curiosità nei confronti dell’altro, nelle sue diversità, ma anche nelle sue somiglianze, il favorire il decentramento cognitivo e culturale, la promozione dell’interazione e dello scambio di esperienze tra i bambini e l’agevolazione del passaggio di informazioni e lo scambio costruttivo di esperienze.

Quando, l’anno successivo, nonostante il cambiamento nella dirigenza, con l’avvicendarsi dell’attuale preside Marco Chioccioli e il cambiamento dell’insegnante prevalente della classe, fummo ricontattati, non solo per proseguire il percorso con quegli alunni, ma per iniziarne un altro con un’altra classe prima della scuola Sante Tani, i cui alunni erano tutti di origine non italiana, capimmo che qualcosa stava davvero cambiando nel tessuto sociale e, quindi, scolastico della città e che dovevamo prendere atto che intervenire solo in alcune classi e solo con alcuni insegnanti non poteva bastare, ma che serviva un intervento che oggi si definirebbe “multimodale” poiché necessitava di realizzarsi a più livelli e con diversi destinatari, alunni, insegnanti e famiglie.

Ancora una volta il nostro metodo di lavoro fu induttivo, e solo in un secondo momento strutturammo delle procedure di lavoro, che probabilmente ancora oggi non sono definitive e probabilmente non lo saranno mai, in quanto si basano su bisogni che cambiano continuamente e che si evolvono nel tempo.

Le mediatrici e i mediatori linguistico-culturali iniziarono a supportare gli insegnanti e le famiglie durante i colloqui curricolari; in un secondo momento gli insegnanti iniziarono a contattare l’associazione perché avevano bisogno di essere sostenuti nelle comunicazioni con le famiglie e con i bambini neoarrivati in Italia. Contemporaneamente alle attività dirette nelle scuole, all’interno dell’associazione, si sviluppava lo sportello di ascolto, che da elemento estemporaneo, diventava sempre più strutturato e organizzato e iniziava ad intercettare sempre più persone e famiglie, le quali a loro volta avevano figli in età scolare per i quali venivano richieste le mediazioni scolastiche e avevano madri che frequentavano i corsi di alfabetizzazione in lingua italiana organizzati dall’Associazione; in questo modo le connessioni diventavano sempre più frequenti e sempre più ramificate; c’è voluto un po’ di tempo per rendersi conto di quanto fossero preziose queste connessioni e di quanto potessero essere utili per migliorare il lavoro quotidiano e l’efficacia di ogni intervento.

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Valentina Francini

Collaboratrice di ACB Social Inclusion dal 2014, è psicologa dello sviluppo e psicoterapeuta con competenze in etnopsicologia.

E’ stata responsabile del settore educativo e consulente come psicologa per ACB fino ad aprile 2025 ed ha contribuito, con la sua passione e le sue competenze, alla nascita e allo sviluppo di questi servizi.

E’ attualmente psicologa presso UF salute mentale infanzia e adolescenza AUSL Toscana Centro.